Focus

Il secolo breve di Tiziano Terzani

Chi era Terzani? Un corrispondente di guerra? Un esploratore poliglotta? Un viaggiatore inquieto? Senz’altro un collezionista di libri ma in particolare, come amava definirsi, era «un evaso».

Anni Novanta © Archivio Terzani

Àlen Loreti (1978) è curatore dell’edizione delle opere di Tiziano Terzani nei due volumi dei “Meridiani”, Tutte le opere 1966-1992 e Tutte le opere 1993-2004 (Mondadori 2011). Nel 2014 ha pubblicato la biografia ufficiale di...

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Chi sbarca a San Giorgio Maggiore di primo mattino rivive l’emozione di Turner che nel 1819 fissò il profilo di quest’isola nella tremolante luce di Venezia. Sulla cupola palladiana la statua di San Giorgio, mutilata da un fulmine, ha riavuto il braccio destro e pare esercitare con orgoglio il suo nuovo incarico: vegliare l’archivio e i 5000 volumi della biblioteca orientale di Tiziano Terzani, donati recentemente dalla famiglia alla Fondazione Giorgio Cini.

Scomparso nel luglio 2004, Terzani è un raro caso di un autore best-seller (tre milioni di copie vendute in Italia) diventato fatto sociale. In questi dieci anni gli sono state dedicate biblioteche, scuole, un importante premio letterario internazionale – assegnato tra gli altri a Jonathan Randal, Anna Politkovskaja, Ala al-Aswani – e addirittura un ospedale in Afghanistan. Ma chi era Terzani? Un corrispondente di guerra? Un esploratore poliglotta? Un viaggiatore inquieto? Senz’altro era un collezionista di libri ma in particolare, come amava definirsi, era «un evaso». Un collezionista di evasioni: da una madre iperprotettiva, spaventata dalla tubercolosi che decimò il ceppo materno; da una Firenze classista, dominata dalla borghesia; da un lavoro incravattato, così scontato nell’Italia del boom; da un’Europa visionaria, illuminata dal Trattato di Roma, ma divisa dalla Guerra fredda.

Ma chi era Terzani? Un corrispondente di guerra? Un esploratore poliglotta? Un viaggiatore inquieto? Senz’altro era un collezionista di libri ma in particolare, come amava definirsi, era «un evaso». Un collezionista di evasioni

Nato nel 1938 sulle rive dell’Arno, figlio unico di un meccanico e di una sarta, a sedici anni s’avvicina al giornalismo con cronache sportive sul quotidiano “Giornale del Mattino”. Diplomato con buoni voti, rifiuta l’offerta di un impiego in banca e prosegue gli studi al Collegio Sant’Anna, annesso alla Scuola Normale Superiore di Pisa, dove si formano le élite del paese. Supera il duro concorso e dopo la laurea con lode in Giurisprudenza, nel 1962 viene intercettato dalla Olivetti, la multinazionale capace di rivoluzionare con tecnologia e design il mercato della macchine da scrivere e dei calcolatori. Incaricato dall’azienda di Ivrea di selezionare “teste d’uovo” per le filiali estere, Terzani inizia a viaggiare – dal Giappone all’Australia, dal Sudafrica a Hong Kong. Questa mobilità gli svela la bellezza del mondo e ben presto si rende conto che la carriera manageriale gli è estranea: vendere una Lettera 22 non gli procura lo stesso piacere dell’usarla per scrivere articoli destinati a riviste con cui già collabora. Da qui la svolta: lascia il lavoro e ritorna all’università grazie alla Harkness Fellowship – suggerita da Gorley Putt, conosciuto alla Johns Hopkins di Bologna – che nel 1967 gli apre le aule della Columbia University. Immerso per due anni nei fermenti della società americana – il movimento pacifista studentesco contro la guerra in Vietnam, la lotta del movimento nero per i diritti civili, l’anticomunismo dello Zio Sam – Terzani decide di studiare storia e lingua cinese, che perfeziona alla Stanford University. Affascinato dalle teorie della Rivoluzione culturale di Mao, che animano il dibattito internazionale, e dalle esaltanti esperienze di Edgar Snow e William Hinton (conosciuto in Pennsylvania), sogna di vedere con i propri occhi i risultati del socialismo. Rientra in Italia, viene assunto al «Giorno» di Milano, ma superato l’esame di “professionista” scopre che nessuno ha bisogno di inviati in Asia. Si dimette e con la liquidazione gira tutte le redazioni europee finché ad Amburgo Rudolf Augstein, editore di «Der Spiegel», rimane colpito da questo “cervello in fuga” che parla quattro lingue, e gli offre un contratto.

Anni Novanta © Archivio Terzani

Nel 1972 Terzani parte per Singapore con moglie, due figli piccoli, e mette le basi della sua vita nomade in Oriente. Da qui copre con coraggio la guerra in Vietnam che racconta nelle prime prove letterarie, Pelle di leopardo (1973) e Giai Phong! (1976). Quest’ultimo, dedicato alla liberazione di Saigon e alla fuga degli americani di cui è testimone, viene tradotto con successo. Ne parla Joseph B. Treaster, corrispondente del «New York Times», e Kevin Buckley – dal 1968 al 1972 capo del bureau di «Newsweek a Saigon » – riconosce che «è difficile dare un’etichetta a Tiziano Terzani. Giai Phong! è il vivido, intenso provocante resoconto sul Vietnam e i vietnamiti durante un episodio straordinario della loro storia», e stronca The Last Day di John Pilger. Terzani intanto si sposta a Hong Kong dove sbircia le mosse della nuova dirigenza del Pcc agitata dalla morte di Mao Zedong. Finalmente nel 1980 realizza il sogno di sempre e si stabilisce a Pechino. Pur sorvegliato dal regime di Deng Xiaoping, viaggia in tutto il paese e scopre una Cina povera, affamata, la cui antica civiltà è stata spazzata via. Nei reportage smaschera le ipocrisie del maoismo, ma le autorità non possono tollerarlo: «Chi è questo italiano vestito da cinese che ha imparato il cinese negli Stati Uniti e che scrive per il tedeschi dell’ovest?». La trappola scatta nel 1984. È arrestato per “crimini controrivoluzionari” ed espulso dal paese, per sempre. È uno shock: «Forse aveva ragione Napoleone: quando la Cina si risveglierà, tremerà il mondo. L’Occidente sottovaluta la Cina, per questo finge di credere alle sue sceneggiate. E invece non bisogna sottovalutarla»; racconta l’esperienza ne La porta proibita. Affronta una nuova sfida e nel 1985 si trasferisce a Tokyo. Trova però una società alienata e consumistica che anticipa i ritmi e le formule della globalizzazione. Cade in una profonda depressione che in parte risolve nel 1990 trasferendosi a Bangkok. Ma la Storia lo sorprende quando nel 1991 sul fiume Amur, al confine tra URSS e Cina, riceve la notizia del golpe contro Gorbaciov. Decide di raggiungere Mosca attraverso l’Asia centrale, un viaggio di due mesi nel quale assiste al dissolvimento dell’impero sovietico: «Nessuna cultura asiatica è in grado di resistere all’asfalto del materialismo occidentale. Forse solo l’Islam. È una forza montante. In Tagikistan vidi crollare la prima statua di Lenin: quella venne giù al grido di “Allah akbar!”». Documenta le prime forme di nazionalismo e di fanatismo religioso anticipandole in Buonanotte, signor Lenin (1992), «un libro splendido» secondo il reporter polacco Ryszard Kapuściński.

“Se ho avuto un ruolo nella mia vita è quello di sollevare le domande. Fare le domande giuste a volte implica mettere le basi delle risposte che cerchiamo, sulla vita, su come va il mondo”

Tutta la letteratura di Terzani è scritta in “un tempo di confine”: la fine degli imperi, la fine delle ideologie, la fine del Novecento, la fine di una carriera, cioè il non ripetersi. Da qui muove Un indovino mi disse (1995), l’avventura di un anno vissuta senza prendere aerei per rispettare la nefasta profezia di un indovino, il suo libro più popolare e tradotto, dove parla dell’Asia rurale travolta dalla globalizzazione. Nel 1996, di base a Delhi, stufo del mestiere, decide di pensionarsi, ma nel 1997 scopre di avere un tumore. È la sua linea d’ombra che affronta come uno scoop in Un altro giro di giostra (2004). Se per Baudelaire un vero viaggiatore è solo «chi non si separa mai dal suo destino e, senza sapere perché, dice sempre: “Andiamo!”», per Terzani quel “perché” è stata la scrittura, l’esporsi all’estraneità e ricercare la verità. La stessa che documenta nelle Lettere contro la guerra (2002) quando, sconvolto dagli eventi dell’11 settembre, turbato dalle invettive della Fallaci e indignato dai media che sostengono il conflitto militare, raggiunge Pakistan e Afghanistan e racconta ancora una volta “le ragioni degli altri” sostenendo una politica del dialogo e i movimenti per la pace. «Se ho avuto un ruolo nella mia vita è quello di sollevare le domande. Fare le domande giuste a volte implica mettere le basi delle risposte che cerchiamo, sulla vita, su come va il mondo», disse.

Un anno dopo la sua scomparsa venne chiesto a Kapuściński un confronto con Erodoto, protagonista di un suo libro, «un visionario del mondo capace di pensare in scala planetaria, forse il primo globalista della storia». Alla domanda della giornalista «e i reporter di oggi?», il giornalista polacco rispose: «Potrei citarne tanti. Preferisco fare il nome di qualcuno che non c’è più, quello di Tiziano Terzani. Lui ha saputo attraversare i paesi e l’anima della gente».

I libri di Tiziano Terzani all’estero

Come ha fatto il loro autore, i libri di Tiziano Terzani hanno attraversato il mondo e continuano a farlo, rendendolo uno degli scrittori italiani più rappresentati nel mondo: il suo libro più tradotto è, ad oggi, il postumo La fine è il mio inizio (2006), che ha varcato i confini di Cina, Olanda, Francia, Germania, Polonia, Grecia, Corea del Sud, Spagna, Ungheria e Hong Kong. Un altro giro di giostra, pubblicato nel 2004, viene oggi letto in catalano, francese, tedesco, greco, polacco, sloveno e turco. Lettere contro la guerra (2002) è apparso nei Paesi arabi, in India, in Slovenia, nei Paesi di lingua spagnola, oltre che in Francia, Germania e Polonia – le tre editorie più affezionate alla produzione di Terzani. Traduzioni di In Asia (1998) compaiono in Germania e Polonia mentre Un indovino mi disse (1996) ha raggiunto Brasile, Bulgaria, Olanda, Francia, Germania, Polonia, Portogallo, Thailandia e Stati Uniti.

30 ottobre 2014

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