I pareri di lettura
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Giorgio Vasta
Absolutely Nothing

Parere di Alessandro Beretta

Alessandro Beretta (Milano, 1978) pedina libri, fumetti e film. Collabora con il Corriere della Sera e il suo supplemento la Lettura ed è direttore artistico del Milano Film Festival. Suoi...

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La storia
Quindici giorni in viaggio nel deserto tra l’America e il Messico per visitare città fantasma, spazi abbandonati, laghi prosciugati e conoscere l’umanità tra l’hippie e il fatalista che ancora abita quei luoghi. Dovrebbe essere un viaggio ai confini del nulla per vedere la civiltà che si ritrae sostando in motel anonimi, ma quello intrapreso dallo scrittore Giorgio Vasta e dai compagni Silva e Ramak parte fin dall’inizio da premesse diverse: da un sogno in cui l’autore viene derubato di qualcosa, ma senza che realizzi esattamente cosa. Quel vuoto, che sarà chiarito in modo illuminante ben oltre la metà del libro, scritto tempo dopo il viaggio, è il primo «nothing» che attrae a sé, come se fosse un buco nero, il resto dei luoghi realmente desolati e semi-vuoti che visiteranno. Il memoir di viaggio, scritto a posteriori come resoconto in ventitré capitoli dalle diverse date, esce presto dai binari del genere per intraprendere una strada a due sensi: alcune visite rientrano nel racconto classico, altre puntano ad aperture simboliche. Tra California, Arizona, Nevada, New Mexico, Texas e Louisiana, oltre agli incontri con chi vive in luoghi ormai abbandonati, si sviluppano in parallelo affascinanti riflessioni sull’American Dream e su quanto l’immaginario del deserto americano abbia dato alle arti. Ad esempio, la visita al cimitero degli arei Mojave Air and Space Port svela quello raccontato da Don De Lillo in Underworld, mentre altri luoghi mostrano come una chiave della civiltà americana sia il raccontarsi e mitizzarsi: è il caso del museo dedicato agli alieni a Roswell dove nel 1947 si verificò, forse, un incontro con civiltà extraterrestri, o del parco a tema Far West della Ghost Town di Calico. In parallelo a queste tracce, corrono le riflessioni dedicate agli spazi disabitati e al concetto di civiltà e il continuo interrogarsi sul senso stesso del racconto di viaggio, su cosa ne resta e su chi ne è il vero protagonista, se i luoghi attraversati o i viaggiatori. Il deserto favorisce il mettersi in gioco a più livelli della rappresentazione e anche il tempo finisce per essere distorto. Oltre a diverse pagine che riportano – in carattere di stampa più piccolo – al momento della scrittura e della rielaborazione del ricordo, si aggiungono, dopo che si svela cos’è stato rubato al narratore, diversi capitoli che raccontano nuovi episodi prima trascurati che rimescolano il calendario. Quasi che un viaggio, ormai concluso da tempo, possa recuperare sulla carta un’imprevista e continua circolarità. Il nostos, il ritorno dell’Ulisse omerico, si aggroviglia nella soggettività, anche perché a casa, probabilmente, non c’è più nessuna Penelope ad attenderci.

I personaggi
Il personaggio principale è la voce narrante del libro, quindi quella di Giorgio Vasta, protagonista del viaggio, estensore del resoconto che non è un semplice memoir, ma una continua rimessa in gioco dell’idea stessa di narrazione e resoconto. Fondamentali, a formare un trio che è sia drammaturgico che speculativo, sono gli altri due compagni di viaggio collocati in bilico tra realtà e fiction: Silva, dietro cui è facile riconoscere la direttrice editoriale dell’editore Humboldt Giovanna Silva, anima razionale del gruppo, puntuale nel controllare la rotta del viaggio e nel confrontarsi con i timori di Vasta, e Ramak, ovvero il fotografo Ramak Fazel, che è la sorgente dell’imprevisto, delle deviazioni dal percorso, dell’istinto. Sono tanti i personaggi comprimari reali, incontrati nelle diverse tappe, tra cui segnaliamo almeno il francescano Brother Simon e il cantante degli ZZ Top. Hanno un ruolo diverso ma fondamentale, invece, i personaggi immaginari come la famiglia di antropofagi che il narratore teme di incontrare e il cane Spike, fratello maggiore di Snoopy nei Peanuts di Charles M. Schultz, che da sempre vive nel deserto. Un cane che dai fumetti arriva nelle pagine a rompere le convenzioni della realtà.

Lo stile
Lo stile è al centro di un continuo movimento di contrasto tra il ritmo narrativo e quello saggistico. Il risultato è ibrido, ma di grande fascino, anche perché la domanda tematica forte posta nel testo sulla capacità della lingua di catturare le cose si riflette in diretta sullo stile, con l’utilizzo anche di vocaboli ben specifici e tecnici quando l’osservatore/narratore si focalizza in alcune descrizioni. Una lingua complessa, ma che è spesso messa in discussione dai dialoghi diretti e semplici che toccano il senso del viaggio. Il dialogo diventa un momento in cui si guarda insieme – autore, personaggi, lettore – la bussola del resoconto, mentre si è immersi nel deserto, archetipo per eccellenza della possibile perdita di un vero orientamento.

Secondo me
Giorgio Vasta, che già si era fatto molto apprezzare con il suo romanzo Il tempo materiale anche per la capacità di una rappresentazione non piana, ma complessa, in una storia di fiction, partendo qui da un’esperienza reale mescola le carte in un modo nuovo e riuscito. Tutti gli interrogativi, o “movimenti”, che agitano sia il resoconto del viaggio che lo stile in cui è scritto, hanno il loro nucleo in quella perdita misteriosa, in quel sogno di furto con cui si apre il libro. Quell’assenza diventa il baricentro di tutta la narrazione ed è posto, per tanto tempo, fuori dal libro. Vasta costruisce un equilibrio precario della narrazione notevole e raro rispetto alle architetture classiche di tanti libri. Tutto ciò, usando la realtà e i suoi dettagli come primo trampolino per ragionamenti che allargano ad altri piani, attraendo a sé, magneticamente, altre esperienze e memorie culturali. Le riflessioni sulla civiltà, l’abitare, lo spazio – molto ricche anche per un architetto – e allo stesso tempo quelle sull’American Dream, sulla sua retorica, sull’immagine dei soldi e su quelle del cinema e della letteratura, non sono mai gratuite, perché nascono dall’immersione nel ricordo del deserto, che diventa spazio non solo per un percorso reale, ma anche mentale.

Perché tradurlo
Il libro di Giorgio Vasta, più che un memoir o un reportage di un viaggio, è un esperimento a cavallo tra non-fiction e autofiction interessante e inusuale non solo dentro i confini italiani. Questa forma ibrida si sposa poi con l’interesse e la qualità degli argomenti attraversati: dal deserto come luogo dell’anima e di messa in dubbio del potere del racconto, dalla civiltà che si ritrae alle storie di chi vive in quei luoghi, fino ai tanti riferimenti culturali toccati. La forma narrativa innovativa non è un’elaborazione retorica fine a se stessa, ma dà perfettamente corpo a un viaggio che è sia reale che culturale, attraverso l’immaginario americano tout court e nelle idee di spazio e civiltà. Un testo decisamente ricco, intenso, su temi poco locali e scritto da uno degli autori più innovativi in circolazione in Italia. A questo, nella sezione di chiusura, si aggiunge il controcanto delle belle fotografie di Ramak Fazel e l’elenco dei motel in cui hanno passato le loro notti i viaggiatori.

Hanno detto
«Come Henry James, deve riflettere, connettere, scavare, andare sotto, indietro e avanti, nel tempo e nello spazio. Un vero scrittore non rappresenta mai il mondo com’è, piuttosto lo rivela incompleto per il fatto che gli aggiunge qualcosa».
Daniele Giglioli, Corriere della Sera

«La forza delle sue parole è la loro totale mimesi, l’assenza di compiacimento, ma senza mai derogare da una presenza, da una fisicità di un racconto di viaggio emotivo eppure disincantato».
Giacomo Giossi, Il Sole 24 Ore

 

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax, 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti e Inghilterra), Spaesamento (Laterza, 2010).
1 febbraio 2017
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