I pareri di lettura
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Domenico Dara
Appunti di meccanica celeste

Parere di Antonella Falco

Antonella Falco, italianista, collabora con l’Università degli Studi della Calabria. Ha scritto saggi e contributi, tra gli altri, su Cesare Pavese e Michele Mari. Scrive su Nazione indiana.

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Il libro e i personaggi
Dopo il Breve trattato sulle coincidenze, suo sorprendente e pluripremiato esordio, Domenico Dara è tornato in libreria con un nuovo romanzo, ancora una volta ambientato nel paese calabrese di Girifalco. Anche questa volta si tratta di un romanzo corale, che segue le vicende di sette personaggi e l’intrecciarsi delle loro vite con quelle degli altri abitanti del paese e con gli artisti di un circo che per circostanze fortuite giunge a Girifalco contribuendo a cambiare per sempre le sorti dei protagonisti. Alla loro presentazione sono appunto dedicati i primi sette capitoli, che già nei rispettivi titoli riassumono la peculiarità di ciascun personaggio.  Il pazzo è Lulù, sostanzialmente lo scemo del villaggio, dotato però di un particolare talento artistico: sa suonare le foglie, dalle quali ricava incantevoli melodie. La sua vita trascorre nell’attesa che la madre vada a prelevarlo dal manicomio in cui vive per portarselo finalmente a casa dopo anni di separazione forzata. Attesa vana perché l’anziana donna muore il giorno prima di poter realizzare il tanto agognato ricongiungimento, senza che il figlio sappia mai della sua morte. La secca è Cuncettina, che vive come un’inaccettabile menomazione la propria sterilità e continua a inseguire il desiderio di una chimerica maternità. Lo stoico è Archimedu Crisippu, professore di filosofia dal cognome che racchiude un destino. Malgrado coltivi l’indifferenza verso il mondo, Archimedu si porta dietro il ricordo doloroso e mai superato della scomparsa misteriosa del fratello minore Sciachineddu. La mala è Mararosa, a volte detta Malarosa, che vive una vita di astio e invidia, soprattutto da quando Rorò le ha rubato il (quasi) promesso sposo. L’epicureo, è il sarto Don Venanzio, fervente cultore del piacere dei sensi, amante di tutte le più belle donne di Girifalco. La venturata è Rorò, che mai in vita sua ha conosciuto una giornata storta, un malanno o un dispiacere. Infine, Il figlio è Angeliaddu, ragazzo che non ha mai conosciuto il padre e che vive la discriminazione e il pregiudizio delle ottuse menti di paese a causa del suo ciuffo albino. La storia è ambientata in estate, nel mese di agosto, quando Girifalco è in fermento per la doppia ricorrenza festiva dell’Assunzione di Maria e di San Rocco, patrono del paese. La mattina successiva alla notte delle stelle cadenti, arriva un circo, non uno dei tanti, ma un circo grande e importante, di artisti che incantano con i loro numeri strabilianti: trapezisti, domatori di animali, lanciatori di coltelli, illusionisti, contorsioniste. Un microcosmo magico che affascina ed eccita le menti dei paesani e che per una serie di strade note solo alla bizzarria del destino finirà per interagire con i sette protagonisti del libro cambiando per sempre le loro esistenze, dando loro una nuova consapevolezza di sé e, perché no, anche un barlume di felicità.

Il contesto e la lingua
Domenico Dara non si discosta dal luogo – Girifalco – e dalla peculiarità – raccontare la vita di un paese reale e insieme “mitico”, calato in un tempo cronologicamente determinato e determinabile e tuttavia sospeso in un’aura di sognante e magica atemporalità – che hanno reso unico e degno di interesse il suo libro d’esordio. Come quest’ultimo, anche Appunti di meccanica celeste è un affresco antropologico di un paese calabrese che pur vivendo nella contemporaneità (le puntate di Beautiful seguite con avido interesse da Mararosa rappresentano una spia temporale) risulta per molti aspetti ancora immerso, per stile di vita, per ristrettezze mentali, superstizioni e pregiudizi, in un tempo passato, e magari proprio in quegli anni Sessanta che sono lo scenario cronologico dichiarato del precedente romanzo. E se leggendo il primo romanzo tornano alla mente certi lavori etnografici di Ernesto De Martino sul Meridione d’Italia, anche Appunti di meccanica celeste traccia un quadro vivido e poetico – anche grazie al supporto di una prosa che mescola lingua italiana e dialetto e di uno stile che fa di quest’ultimo un idioma estremamente evocativo – di un luogo di Calabria collocato in un tempo indefinito e proprio per questo carico di fascino e di suggestioni letterarie. «Una Macondo magnogreca», come Girifalco viene definita sul risvolto di copertina. Ad ogni modo l’ambientazione ideale per una fiaba che narra delle misteriose trame del destino e di piccoli miracoli quotidiani che passerebbero inosservati nell’andirivieni frenetico delle grandi metropoli.

Perché tradurlo
Vale la pena tradurre Appunti di meccanica celeste perché Domenico Dara è uno scrittore maturo che sa manovrare con abilità e maestria i fili della narrazione e i destini dei numerosi personaggi che affollano la sua pagina, dando vita a storie mai banali, dagli esiti mai scontati o facilmente prevedibili. E perché nel vasto e tuttavia spesso omologato e monocromo panorama letterario italiano è riuscito a ritagliarsi uno spazio tutto suo e a brillare per singolarità di stile e di inventiva. Uno stile, fra l’altro, che veicolato com’è da una lingua che pur mantenendosi su un registro colto – ma mai eccessivamente peregrino – ricorre all’uso di termini dialettali in grado di restituire il carattere e il colore dei luoghi e delle genti protagonisti del romanzo, rappresenta una sfida entusiasmante per il traduttore, fornendo al tempo stesso al lettore la possibilità di compiere un viaggio in un pittoresco paese del Meridione d’Italia colto tanto nella peculiarità dei suoi costumi, dei suoi comportamenti abituali e del suo linguaggio, quanto nella magia – che chi conosce la Calabria può dire veritiera – di un tempo dilatato e sospeso, proteso verso il futuro e tuttavia saldamente ancorato al passato.

Hanno detto
«Dara conferma le sue doti di narratore, riuscendo a restituire di nuovo un’affascinante fiaba moderna»
Andrea Bressa, Panorama

Domenico Dara è nato nel 1971. Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza a Girifalco, in Calabria, dove è ambientato il suo romanzo, ha studiato a Pisa, laureandosi con una tesi sulla poesia di Cesare Pavese. Oggi vive e lavora in Lombardia. Con Breve trattato sulle coincidenze è stato finalista al Premio Italo Calvino 2013.
1 febbraio 2017
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