I pareri di lettura
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Stefano Valenti
Rosso nella notte bianca

Parere di Morena Marsilio

Morena Marsilio, insegnante di Lettere in un Liceo Scientifico, è dottoranda in Italianistica presso l’Università di Padova con un progetto di ricerca incentrato sui temi e le forme della narrativa...

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La storia
Ulisse Bonfanti, a distanza di cinquant’anni, torna nell’originaria Valtellina per portare a compimento un’«azione di Guerra»: la cruda uccisione del compaesano Mario Ferrari. A partire da questo episodio iniziale, il romanzo si dipana in altri cinque capitoli, esili nella trama e strutturati in brevi capoversi: in essi si narra la vicenda del protagonista, di cui assume il punto di vista e l’ordine temporale sfasato e delirante. Attraverso i flashback sulla vita di un uomo vittima, fin dalla giovinezza, di disturbi psicotici, si ricostruisce, così, la storia di una famiglia contadina che, dopo aver accettato le “naturali” perdite legate alla dura vita di montagna (i figli nati e subito morti, il capofamiglia ucciso dalla “malora”) non sopporta la tragedia subìta a causa della guerra partigiana. Una notte, la brigata nera capitanata da Ferrari irrompe nella baita dei Bonfanti per sapere dove è si nascosto Ulisse, non ancora ventenne, fuggito sui monti con i partigiani. I fascisti bruciano la stalla e le bestie, picchiano e violentano la sorella Nerina che, a guerra conclusa, si toglierà la vita appena sedicenne. I superstiti di questa tragedia, Ulisse e la madre Giuditta, scelgono di lasciare la Valtellina. Inizia così la loro vita da operai nel cotonificio della Valsusa, che non è meno faticosa, ma almeno insegna loro ad alzare la testa, a partecipare alle lotte di fabbrica, a rivendicare dignità al lavoro.
Tuttavia resta in Ulisse una ferita mai rimarginata: il senso di colpa per aver determinato il destino di Nerina e la consapevolezza che, con il rapido voltagabbana del dopoguerra, i responsabili di quel crimine non sono mai stati puniti, lavorano come tarli nella mente dell’uomo per esplodere nella violenza raccontata nelle prime pagine.

Il titolo
Il titolo si presta a molteplici letture: la più immediata è legata all’omicidio che impregna di sangue la neve nella piazza del piccolo borgo montano. Tuttavia rossi sono i capelli del protagonista da cui consegue il suo stesso nome di battaglia e il fuoco appiccato dai fascisti ai casolari per stanare renitenti e partigiani. Rossa è, infine, la bandiera dei comunisti tramite i quali Ulisse comprende i rapporti di sopraffazione su cui si fonda la relazione padrone-operai. D’altro canto, il bianco ricorda non solo la neve che copre generosa la Valtellina e che in alcuni giorni libera le donne «dalle incombenze contadine», ma anche la polvere impalpabile che si respira nel cotonificio della Valsusa e che si sedimenta nei polmoni dei lavoratori; bianca è, infine, la notte politica che avvolge il presente da quando «nel 1994 è tornato al comando un partito di uomini che non hanno mai davvero dimenticato Mussolini».

I personaggi
Protagonista è Ulisse, impegnato in un dialogo inesausto con i suoi fantasmi familiari – Giuditta e Nerina – cui presta voce e pensieri. In preda a continue allucinazioni ed emicranie, il giovane, «fiero di essere cristiano e comunista stalinista», vive con fervore malato la fede religiosa vedendola concretamente incarnata solo da chi combatte «in difesa dei miserabili, dei maltrattati». La madre Giuditta, sposa a diciotto anni, accetta la vita «da bestia» che tocca alle donne in una Valtellina aspra e inospitale, durissima per una comunità contadina povera dominata da una parte dal ritmo delle stagioni e dall’altra dai dettami religiosi. Tuttavia, schiacciata dal dolore per la perdita della figlia, cercherà riscatto lavorando in fabbrica, orgogliosa del suo primo sciopero, vissuto a cinquant’anni. Nerina è, invece, figura idealizzata e fantasmatica: è forse l’unico personaggio ad attraversare il libro senza serbare rancore. Presenza eterea, assiste al funerale della madre comandando una «moltitudine di creature celesti, ambasciatori divini»; rievoca la violenza subìta e lo stato catatonico in cui cadde nei mesi successivi senza imputare la colpa a nessuno; resta il punto fermo del senso di giustizia di Ulisse.

La lingua e lo stile
In questo romanzo la tensione espressiva di Ulisse e degli altri personaggi è perfettamente bilanciata tra la resa dell’oralità, tipica di parlanti al limite dell’analfabetismo (come attesta l’insistito uso del “che” polivalente) e un lirismo scarno e ritmico: le ripetizioni, le inversioni, le strutture chiastiche del periodo conferiscono efficacia un a un dettato essenziale che coincide con l’instancabile flusso di coscienza del protagonista.

Secondo me
L’interesse del libro risiede nella rappresentazione esemplare di un’emancipazione tradita e nei modelli novecenteschi evidenti in filigrana. La guerra partigiana e la vita di fabbrica avviano in Ulisse, che la vita contadina avrebbe inesorabilmente confinato all’ignoranza, una crescita culturale e politica prima sui monti, poi «in sezione tutte le domeniche». La guerra civile e la vita operaia sono del resto temi cari ai maestri del secondo Novecento cui Valenti si ispira: il Fenoglio della Malora e dei racconti partigiani e il Volponi di Memoriale, in cui si narra di un contadino-operaio mai davvero convertitosi alla fabbrica; la lezione di Fortini di Foglio di via riecheggia nel risentimento nei confronti di una «troia Italia» pronta a mistificare la verità del suo passato più recente. Infine l’eco di Revelli riemerge nel parlato popolare che costituisce la spina dorsale dell’intero racconto.

Perché tradurlo
A partire da un fatto di cronaca occorso nel mantovano e da una fitta documentazione, nasce quello che Valenti definisce «un romanzo testuale», ossia una storia che nasce da altri libri, con l’intento di far riemergere traumi storici non sanati e di individuare il nesso tra questi e le aporie del presente. La ricostruzione del “cuore di tenebra” che genera il delitto iniziale avviene attraversando il delirio e la psicosi di Ulisse, personaggio la cui follia ha tratti modernisti, anche se la sua parabola di vita è in gran parte simile quella dei “vinti” di conio realista. 

Hanno detto
«Un organismo che Valenti monta e modella con grande bravura, senza mai cedimenti.»
Angelo Ferracuti, «il manifesto»

 

Stefano Valenti (1964) è traduttore e consulente editoriale. Ha esordito nel 2013 con La fabbrica del panico (Feltrinelli), romanzo autobiografico che ha ricevuto numerosi riconoscimenti (Premio Campiello Opera Prima, Premio Volponi Opera Prima, Premio Bergamo).
12 gennaio 2017
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